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Posted on apr 24, 2013 in Musei | 0 comments

Il gabinetto segreto di Napoli: l’eros degli antichi a Pompei ed Ercolano

Il gabinetto segreto di Napoli: l’eros degli antichi a Pompei ed Ercolano

Quando dal 1748 si iniziarono a scavare e a portare alla luce le città di Pompei ed Ercolano, la cui vita era stata bloccata bruscamente dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., si configurarono piano piano tutti gli aspetti dell’esistenza che si conduceva a quell’epoca, da quelli sociali a quelli religiosi. Com’era ovvio si trovarono anche numerose e schiette testimonianze delle abitudini sessuali delle popolazioni di quell’area.

Alcuni edifici pubblici, tra cui i lupanari, e molte case private, dalle più nobili alle più popolari, restituirono una serie di oggetti, di pitture, di statue a soggetto erotico che offrono un panorama variegato e abbastanza completo di quelle che erano le propensioni e i costumi sessuali del periodo.

A mano a mano che le operazioni di scavo e di catalogazione avanzavano gli addetti, con malcelato stupore, decisero di riservare a queste testimonianze alquanto piccanti un’area specifica del Museo Ercolanese di Portici.

Dopo il trasferimento al Museo Archeologico di Napoli, la collezione fu chiamata in più modi “Gabinetto degli oggetti osceni” e poi “riservati”. Furono accusati di essere “infami monumenti della gentilesca licenza”. Si arrivò addirittura a murare la porta d’accesso alle sale.

La possibilità di visionare tali cimeli ha subito nel tempo censure e momenti di maggiore disponibilità, finché quello che è stato definitivamente chiamato Il gabinetto segreto, dopo un lungo periodo di lavori, oggi è visitabile da tutti.

Le sale che ospitano la collezione sono piuttosto piccole, quindi per potervi accedere bisogna prima munirsi di una prenotazione, gratuita, che si può gestire il giorno stesso della visita. L’ingresso è aperto ai minori di 14 anni solo se accompagnati da un adulto.

La collezione offre un percorso sfaccettato di una tematica – la sessualità antica – che offre spunti di carattere artistico, culturale e antropologico e che sottolinea, se ce ne fosse bisogno, la distanza di mentalità tra gli uomini di Pompei ed Ercolano pre 79 d.C. e noi Europei del XXI secolo. Si può dividere la collezione in grandi aree tematiche che sono: la pittura mitologica, la pittura dei lupanari, gli amuleti.

Dal punto di vista artistico si può affermare che i pezzi più interessanti sono rappresentati dalle pitture che derivano stili e modelli dalla tradizione ellenistica. In questo caso si tratta perlopiù di scene erotiche con protagonisti eroi e altri esseri appartenenti al mito. Posto d’onore è riservato a Venere, di solito rappresentata nuda o abbracciata a Marte. Altre pitture rimandano ai temi dei satiri che sorprendono le menadi o gli ermafroditi. Si tratta di scene che derivano dai classici sia greci che romani, come ad esempio Le Metamorfosi di Ovidio.

Pur se contraddistinte da un certa raffinatezza stilistica e di materiali, notevoli ad esempio alcuni mosaici, molte di queste scene lasciano poco all’immaginazione.

Ancora più esplicite e rozze nell’esecuzione sono altre scene destinate a decorare i lupanari, le stanze da meretricio annesse alle taverne o le stanze “particolari” delle case private, dove i padroni spesso si procuravano piacere con schiavi e schiave. Non mancavano mosaici e pitture con questo intento in parecchi locali delle terme pubbliche.

Rispetto a quelle di carattere mitologico tali scene avevano una funzione più diretta e cruda, ovvero eccitare chi frequentava quel luogo o quel locale. Sono rappresentate posizioni d’accoppiamento e quadretti con schemi copulatori svariati e più o meno fantasiosi.

I locali dove si potevano trovare uomini e donne dediti alla prostituzione, oltre al lupanare e ai vicoli circostanti, erano le terme, l’anfiteatro e la zona del porto. Su alcuni muri sono stati trovati graffiti con indicati i prezzi delle prestazioni.

In Grecia, e quindi a Roma per derivazione, i luoghi dell’erotismo per eccellenza, erano i banchetti nelle case private: per questo sono stati trovati bronzetti, lucerne, coppe e i piatti con riferimenti sessuali espliciti.

Le lucerne avevano come tema principale il fallo, spesso rappresentato di dimensioni smisurate, altre volte più ordinarie, ma sempre e comunque declinato in mille forme e materiali.

I genitali maschili erano utilizzati anche come amuleti personali, portati da uomini e donne come protettivi contro il malocchio e le malattie. Nel mondo romano il membro virile era considerato, infatti, simbolo di fecondità ed augurio di prosperità e gli si attribuiva il potere di allontare il male.

Falli si trovavano anche fuori o dentro le botteghe come auspicio di buoni affari. Celebre è il rilievo in travertino con fallo e scritta hic habitat felicitas – qui abita la felicità – collocato fuori da un panificio.

In quanto considerato un potente talismano, il fallo era inoltre posto sulle mura, sui marciapiedi e lungo le strade.

L’opera più celebre della collezione è senza dubbio una piccola scultura che raffigura il dio Pan nell’atto di accoppiarsi con una capretta. Pan ha fattezze umane solo nella parte superiore del corpo. Notevole la resa dei particolari, che esalta la natura ibrida di Pan.

Statue del genere si trovavano nei giardini delle ville romane e stavano a simboleggiare una natura carica delle connotazioni idillico-pastorali che le avevano attribuito la letteratura e l’arte provenienti dalla Grecia.

Come è facile immaginarsi, la scabrosità del soggetto agli occhi della società borbonica ne fece l’opera più censurata fra gli oggetti della collezione. Guarda caso fu solo il re che poté osservarla prima che venisse segregata in un armadio.

 

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