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Posted on mar 18, 2013 in Artisti | 0 comments

Marina Abramovic e il senso del tempo

Marina Abramovic e il senso del tempo

Circa tre anni fa il MoMA di New York ha dedicato una personale a Marina Abramovic, probabilmente la performance artist più famosa del mondo. Nel corso della sua carriera, iniziata agli inizi degli anni ’70, ha sfidato i limiti del corpo, il coinvolgimento del pubblico e i confini delle mente.

Durante la mostra celebrativa, la Abramovic non ha voluto soltanto ripercorrere i suoi vecchi lavori, affidati a un gruppo di giovani artisti che hanno prestato corpo, anima e mente per riproporli, ma ha scelto di organizzare una performance ad hoc.

In cosa consisteva? All’interno di una delle hall del museo, dentro un grande quadrato definito solo da una effimera fune poggiata a terra, sono state poste due sedie separate da un tavolo. Per due mesi e mezzo, ogni giorno, durante tutta la durata d’apertura del museo, la Abramovic si è seduta, senza muoversi mai, in attesa che le si presentassero davanti i visitatori che volevano interloquire con lei attraverso lo sguardo.

L’approccio era semplice: lei chiudeva gli occhi, si concentrava qualche secondo, li riapriva e iniziava uno scambio di sguardi con chi le si presentava di fronte. Le reazioni del pubblico sono state fra le più svariate. C’è chi ha riso, chi ha pianto come un bambino per lunghi minuti, chi si è presentato vestito da supereroe, chi si è spogliato, chi ha poggiato la mano sul cuore, chi l’ha guardata con disgusto. In generale a chi stava ai bordi, quello che accadeva fra Marina e il suo interlocutore, appariva tanto misterioso quanto magnetico. La Abramovic dedicava del tempo alle persone, le fissava negli occhi, affermava con la sola presenza che stava offrendo loro interesse e considerazione. Il tempo, sia per chi stava seduto davanti a lei, sia per chi godeva dello spettacolo, prendeva un andamento diverso rispetto a quello cui siamo abituati, lo svelleva dal suo asse comune, lo riportava su canoni e ritmi diversi e dimenticati.

Dopo alcune settimane, la fila per sedersi davanti a lei è andata aumentando e ha preso il via una sorta di corsa alla partecipazione con persone che dormivano all’addiaccio per essere le prime a poter entrare il giorno successivo.

In tutto questo, sul volto e sul corpo di Marina si andavano accentuando i segni della fatica. Il film che documenta la performance, The Artist is Present, rivela i retroscena, le sedute di fisioterapia, i lunghi bagni caldi praticati sera dopo sera per far fronte alla fatica e a dolori posturali.

Al di là dell’incredibile forza che l’artista ha saputo dimostrare, al di là della speciale capacità di comunicare e di mettersi in gioco come sempre ai limiti del fisico e del mentale, la riflessione che tale performance mi ha ispirato forse potrebbe essere d’aiuto a chi lavora nei musei e nell’allestimento delle opere d’arte. Ciò che la performance della Abramovic mi sembra abbia svelato con chiarezza è il fatto che per cogliere ogni aspetto di un’opera d’arte, i suoi segreti, le sue pieghe nascoste, i suoi misteri, ci vuole tempo.

Ecco allora la proposta. Immaginiamo nei musei, quelli italiani soprattutto, così ricchi di capolavori, la creazione di un spazio dedicato a un’unica opera, una sala separata che, una volta al mese, presenti a rotazione, un solo lavoro, magari corredato da un allestimento che aiuti a decifrarlo con più completezza e profondità. Insomma l’idea è offrire a chi visita un museo, una stanza ad hoc, una zona franca dove stare a contatto, quanto e come si vuole, con una sola opera d’arte.

Se qualche museo cominciasse a praticare un allestimento di questo tipo, magari guadagneremmo un più profondo e partecipato approccio all’arte e avremmo a disposizione uno specchio capace di raccontare e svelare, come fossimo di fronte alla Abramovic, chi siamo e cosa cerchiamo di noi dentro quadri, statue e altre forme artistiche.

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