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Posted on dic 17, 2013 in Musei | 0 comments

Post-Minimalismo: la forma spogliata di se stessa

Post-Minimalismo: la forma spogliata di se stessa

In principio c’era il Minimalismo, devoto alle forme geometriche e alla realtà delle cose. Gli oggetti – si pensi alla fontana di Duchamp – erano estrapolati dalla quotidianità e catapultati nell’arte.

Trattandosi di opere ready-made, i fruitori erano in qualche modo esonerati dall’interrogarsi sulla loro fattura.

Le cose mutarono quando gli artisti cominciarono a interessarsi alla manifattura delle opere, ed enfatizzarla. Fu così, per la curiosità di spogliare le forme della loro pelle, che si trascese il Minimalismo, dando inizio al Post-minimalismo.

Rappresentativo dell’alba del Post-minimalismo è il lavoro di Eva Hesse, che mutuò dal Minimalismo la struttura modulare e la ripetizione, e dal Dadaismo la curiosità verso materiali sempre nuovi.

La materia ebbe un ruolo centrale nell’opera della Hesse, il cui intento era quello di spezzare tutti i legami che la legavano al quotidiano. La plastica, ad esempio, non era più considerata il materiale per costruire un dato oggetto, bensì una materia pura, da trasfigurare lasciandosi guidare dall’indagine artistica. ”Le cose diventano quel che diventano”, diceva la Hesse.

La seconda fase del Post-minimalismo si spinse oltre, giacché, come notò l’artista Sol LeWitt, ”Nessuno disegna una linea nello stesso modo, e nessuno interpreta le parole alla stessa maniera”.

Gli artisti attribuirono crescente importanza alla varietà della fruizione e, dunque, all’impronta inevitabile che ciascun fruitore impone sull’opera.

Questa evoluzione è ben incarnata nei quattro pilastri su cui si fonda il manifesto dell’artista statunitense Lawrence Weiner:

1. L’artista può concepire l’opera.

2. L’opera può essere fabbricata.

3. L’opera non ha bisogno di essere costruita.

4. Il senso ultimo dell’opera è attribuito dal fruitore nell’atto stesso della fruizione.

Lo spettatore divenne parte integrante del processo costitutivo e interpretativo dell’opera. Di pari passo, si diffusero le opere site-specific, che attribuivano un ruolo attivo e fondante anche al luogo in cui l’opera era ospitata.

Esempio perfetto ne è “Robba iettata ncopp’ ‘o golfo ‘e Napule”, opera di Weiner per il Museo Madre di Napoli.

Il murales, accompagnato da un tratto che evoca al tempo stesso l’insenatura del golfo di Napoli e la traiettoria di un oggetto in volo, acquisisce senso e pregnanza per il fatto che si trova a Napoli, e non altrove.

La terza fase del movimento post-minimalista introdusse un ulteriore scarto, occupandosi di indagare più a fondo il linguaggio visivo dell’opera d’arte.

A questa fase appartiene il lavoro di Bruce Nauman, la cui riflessione si imperniò da principio sulla considerazione: “Sono un artista, ho uno studio. Tutto ciò che produco nel mio studio è arte?”.

L’artista cominciò ad essere considerato medium del messaggio dell’opera d’arte e, dunque, i concetti e le intenzioni presero a essere espressi direttamente dal suo corpo.

Nauman, in particolare, filmò a camera fissa il proprio corpo in movimento, interessato ad approfondire il linguaggio non verbale attraverso cui l’artista, volente o nolente, manipola il messaggio ultimo che sarà recepito dal fruitore dell’opera.

Margherita Restelli

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