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Posted on mag 30, 2013 in Artisti | 0 comments

Giovanni Testori: il ciclo dei pugilatori, l’arte della sconfitta e del riscatto

Giovanni Testori: il ciclo dei pugilatori, l’arte della sconfitta e del riscatto

Ci sono artisti dotati di un talento eclettico, capaci di spaziare in ambiti diversi della creatività. È il caso di Giovanni Testori (1923-1993), romanziere, poeta, drammaturgo, critico d’arte e pittore. Uno degli uomini di cultura più importanti del Novecento italiano. Il Dio di Roserio, il suo romanzo d’esordio, tratta di un tema come le corse ciclistiche dilettantesche dell’Italia post conflitto mondiale. È soprattutto lo stile della prosa, espressionista e convulso, a rendere il libro pulsante, stile che molto deve alla passione originaria di Testori – la pittura.

Prendiamo il Testori pittore dunque, a partire dal ciclo dedicato ai pugilatori, tele piuttosto grandi, raffiguranti boxeur a riposo, in posizione di guardia, intenti a combattere o sconfitti, che colpiscono per la pastosità materica delle pennellate. I corpi anche se a riposo sembrano vivi, scattanti, i muscoli guizzanti, appaiono come sculture di colore che strabordano dalla bidimensionalità della tela.

In un certo qual modo questi quadri riportano alla memoria Duilio Morini, detto il Ras, e Cornelio Binda, suo giovane pupillo, personaggi de Il ponte della Ghisolfa, un gruppo di racconti pubblicato nel 1958 a cui Luchino Visconti s’ispirò per girare Rocco e i suoi fratelli. La fascinazione per la boxe, il senso della lotta, lo sport come speranza di riscatto sociale e miraggio di rivincita trasudano dai dipinti così come dalle pagine delle sue opere dove a essere protagonista è la periferia di Milano prima del boom economico, un universo dove si muovono operai, popolane, prostitute, e che raccontano storie di immigrazione, amori alte aspirazioni e cocenti delusioni.

Prendiamo una tela del ciclo, intitolata K.O. (III). Ritrae un pugile sconfitto, in ginocchio, su sfondo bianco, testa bassa e reclinata a destra, con il viso che quasi poggia sul guantone abbassato, ma il braccio sinistro ancora alto, come a cercare di sferrare un ultimo colpo di estrema difesa. Pochi i colori: nero, rosso e una macchia di blu. A ispirare l’opera una foto che immortala Nino Benvenuti esattamente nella stessa posa, sconfitto da Carlos Monzòn il 20 novembre 1970.

Testori prende quell’immagine e ne fa un’opera d’arte: ci mette tutta l’amarezza, ma anche la dignità della sconfitta, la tragicità e la grandezza della fine di un sogno. Quella che vediamo è la disfatta di un eroe abbattuto dopo una dura lotta, non una resa.

È curioso che fu proprio Luchino Visconti ad acquistare questa tela, esposta a Torino nel 1971. Essendo insolvente con il pagamento, fu però costretto a restituirla nel 1973, dopo il feroce litigio che mise fine alla sua collaborazione con Testori.

Già, perché l’artista milanese diede il suo contributo anche al cinema, facendo da guida esperta a Visconti nelle palestre della sua città, a caccia dei ring giusti per Rocco e Simone Parondi.

Le storie di pugilato hanno sempre appassionato scrittori e registi. Ad esempio Ernest Hemingway e Jack London si sono cimentati in racconti di ring. Libri come Un uomo tranquillo di Maurice Walsh, Cinderella Man di Jim Hague, Mike Tyson di Joyce Carol Oates offrono spaccati sul pugilato. Interessante è anche il reportage letterario dal titolo Gladiatori di Antonio Franchini.

Il cinema invece ha offerto opere come Rocky, Toro scatenato, Fronte del porto, Ali, Quando eravamo re, Million Dollar Baby. Tutti meritevoli di attenzione, tanto quanto la figura complessa e profonda di Testori.

 di Silvia Gilardi

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