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Posted on Mag 6, 2013 in Capolavori | 0 comments

La Cappella di Teodolinda: a Monza le meraviglie della vita cortese

La Cappella di Teodolinda: a Monza le meraviglie della vita cortese

Il Duomo di Monza custodisce uno dei cicli di affreschi tardogotici più vasti e straordinari mai prodotti in Lombardia e, di certo, fra i maggiori di tutta Italia. Ci riferiamo a Le storie della Regina Teodolinda, conservati nella cappella che si apre a sinistra dell’abside centrale dove, tra l’altro, si trova la Corona Ferrea, utilizzata dal Medioevo fino al XIX secolo per l’incoronazione dei Re d’Italia. Napoleone la usò nel 1805, quando nel Duomo di Milano se la mise sul capo da solo, pronunciando la frase: “Dio me l’ha data e guai a chi me la toglie!”.

La decorazione a fresco è attribuita alla famiglia degli Zavattari. Come capitava spesso a quell’epoca si trattava di un’intera casata di artisti-artigiani che si tramandavano i segreti del mestiere di generazione in generazione. Lo stile cui gli Zavattari attinsero fu il gotico internazionale, appreso grazie allo scambio con maestranze francesi e tedesche arrivate in Italia per lavorare al grande cantiere del Duomo di Milano cui gli stessi Zavattari parteciparono.

La scuola prese ispirazione dalle preziosità decorative delle miniature, dalla loro eleganza lineare e dall’accuratezza naturalistica cui si aggiungevano i temi a carattere cortese e cavalleresco. Il gotico internazionale si abbeverò anche ad altre fonti, prendendo spunto dalla finezza ornamentale di tessuti, vetrate e gioielli. Ecco perché in alcuni affreschi di questo periodo, vengono aggiunti alla pittura finiture a secco fra cui lamine d’oro e d’argento, incisioni e gessi.

Gli oltre cinquecento metri quadri di pitture murali che occupano la cappella ruotano attorno alle vicende della regina Teodolinda, divise in 45 scene, distribuite su cinque fasce. Ma chi fu questa donna e cosa fece per meritarsi una tale attenzione?

Da regina dei Longobardi si spese perché il suo popolo si convertisse dall’arianesimo al cattolicesimo. La prima era una dottrina proveniente dall’oriente elaborata da Ario (256-336) che affermava che Cristo, pur essendo figlio di Dio, non avesse natura divina. Ebbe due mariti, il re longobardo Autari e, morto lui, Agilulfo, duca di Torino, che riuscì a convertire alla religione cattolica. Defunto anche Agilulfo governò in nome del figlio e il regno ebbe un periodo di armonia e prosperità.

L’affresco è dunque un omaggio a colei che aveva introdotto la dottrina cattolica, ma forse anche una rappresentazione del passaggio dinastico che si stava delineando nel ducato di Milano tra la famiglia Visconti e gli Sforza. Ci sono infatti, in alcuni brani, accenni metaforici al matrimonio tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza.

Gli Zavattari attinsero le loro storie dai resoconti storici di Paolo Diacono, autore della Historia Langobardorum e di Bonincontro  Morigia, compilatore del Chronicon Modoetiense.

Il lavoro fu svolto in due riprese tra il 1441-44 e il 1444-46 e si ritiene furono 4 le mani della famiglia a portare a termine il capolavoro.

Alcune scene si sviluppano in modo lento e progressivo, altre in modo convulso e fulmineo, narrando una serie di episodi chiave della vita delle regina, tra cui le più riuscite fanno riferimento alla preparazione e alle nozze tra Teodolinda e Autari e tra la regina e Agilulfo.

Anche se fa riferimento a episodi reali, tutto il racconto evidenzia un tono da fastosa leggenda di gusto tipicamente cortese. Di atmosfera fiabesca e fuori dal tempo sono i momenti che descrivono la vita di corte – balli, feste, banchetti, battute di caccia, viaggi e battaglie.

Come abbiamo annunciato prima il gotico internazionale aveva una notevole passione per i particolari. Ecco allora rivelarsi abiti, acconciature, armi e armature, arredi, movenze che aprono una spaccato sfolgorante di quella che era l’umanità aristocratica della corte milanese dell’epoca, a tutti gli effetti l’ambiente italiano con più forza legato al resto d’Europa.

Il complesso, affollato, profano racconto cortese degli Zavattari si rivela in tutta la forza anche grazie all’utilizzo di tecniche diverse che, come dicevamo, facevano parte di un procedimento tipico  e che lo resero ancora più ricco e prezioso, un capolavoro a metà tra favola e realtà.

Se volete assaporare la lettura con della buona musica vi consigliamo: Dario Castello – Flights of Fantasy – Early Italian Chamber Orchestra

 

 

 

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