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Posted on apr 15, 2013 in Musei | 0 comments

Castello di Masnago: delizie cortesi e arte contemporanea

Castello di Masnago: delizie cortesi e arte contemporanea

 

Il Castello di Masnago si trova a Varese, ed è perfetto per chi abbia voglia di gustarsi il parco in cui è immerso, l’architettura del complesso, risalente per lo più al Medioevo e celebre per i suoi interni affrescati, o la parte che ospita il Museo di Arte moderna e contemporanea. Insomma un posto che merita una visita.

La passeggiata comincia al contrario, e prosegue indietro nel tempo. Ad aprire il cammino, fino al 5 maggio, sarà la mostra temporanea Trilogia, che raccoglie ventiquattro tavoli d’artista, 260 opere 25×25 e 46 libri d’artista.

La sala che ospita i tavoli d’artista è un ristorante in cui ci si sazia di immagini. Senza bisogno di piatti, sedie o pietanze ci si aggira tra i tavoli, e ognuno racconta un microcosmo a sé, figlio dell’artista che lì ha lasciato la sua impronta.

I dipinti 25×25 adornano le pareti di tutta la mostra, affiancando stili disparati. Lù Demo, ad esempio, usa l’acrilico su tela, e persino le dita si fanno pennelli. Per descrivere il proprio stile, Lù parla di un saccheggio: l’osservazione del flusso dinamico della natura e degli eventi, sedimenta fino a che non germinano immagini impreviste e tra loro contrapposte. È poi proprio dalla contraddizione tra queste immagini, che si genera il flusso vorticoso di colori che caratterizza le sue opere.

I libri d’artista, che chiudono la mostra, sono un’esperienza totalizzante, da assaporare piano.

Tra loro c’è Essenza, di Giancarlo Pozzi. Un libro vero, di carta, rilegato. Un’opera unica. A ogni pagina illustrata dall’artista corrisponde una poesia. Così avviene un virtuoso gioco di rimandi, in cui ogni poesia offre una chiave di lettura per l’immagine corrispondente, e viceversa.

Nell’ala del castello opposta a quella che ospita le mostre temporanee, si dispiega la collezione permanente.

Al piano terra sono raccolte le opere dal Cinquecento all’Ottocento, tra cui la Tamar di Giuda di Francesco Hayez.

La storia di Tamar è narrata nella Genesi: sposò prima Er e poi Onan, i due figli di Giuda. Entrambi caddero in disgrazia. Giuda accusò la donna della loro rovina, e si rifiutò, per impedire che la maledizione di Tamar colpisse ancora, che sposasse anche il suo terzo figlio, come voleva la tradizione. Tamar, per vendetta, sedusse Giuda in persona, e gli chiese in pegno d’amore il suo bastone, con cui è ritratta nel dipinto di Hayez.

La collezione culmina nella Sala degli Svaghi, in cui sono affrescati, appunto, tutti gli svaghi preferiti dai signori nel Tre-Quattronceto. Ci sono delle scene di caccia, delle dame in barca che si dilettano con dei fiori, altre che preferiscono il gioco dei tarocchi. Una, poi, suona l’organo e pare quasi di sentirla.

Gli affreschi, infatti, hanno un potenziale narrativo fortissimo. Ciascuna delle figure è assorta nella propria attività e, a chi guarda, pare di sbirciare, non visto, una scena di vita vera.

Anche al piano superiore, ci sono stanze affrescate in modo meraviglioso, una su tutte la Sala dei Vizi e delle Virtù. A una prima occhiata, le pareti potrebbero sembrare popolate da diverse nobili donne, accompagnate ciascuna da due ancelle. A guardare con più attenzione, però, ci si rende conto che gli affreschi raccontano molto di più.

Una delle dame, ad esempio, ha ai suoi fianchi due donne spettinate e trascurate. Quella alla sua sinistra, le scarpe in mano e nessuna voglia di indossarle, rappresenta la pigrizia. A destra, invece, il mento appoggiato sulla mano, c’è la donna incapace di attaccamento a qualsiasi cosa: l’accidia. Ecco dunque che la dama in centro si rivela essere la sollecitudine.

Sullo stesso piano, si trovano le opere del Novecento e quelle contemporanee. Il percorso comincia da opere da uno stile volto a ritrarre la realtà nel modo più veritiero possibile, e procede via via con opere che la realtà la trasfigurano, lasciando che sia il simbolo o l’allusione a prevalere sulla forma.

Appartiene alla prima categoria di opere il Ritratto di Giulio Colombo con la figlia di Giuseppe Montanari, che ben racconta l’intimità tra il padre e la figlia, pur senza che si guardino e, anzi, facendo sì che la ragazza instauri un piacevole e altrettanto intimo legame visivo con chi guarda il quadro.

A incarnare un passaggio intermedio è La polenta di Innocente Salvini: la scena conviviale di sicuro è fedele alle abitudini del tempo, nella gestualità come nella scenografia, eppure la stanza è illuminata da luci e colori che poco hanno a che fare con la realtà e, anzi, la immergono in un’aura fiabesca.

All’estremo opposto, esempio di allegoria che s’impone sulla realtà, la Scultura da viaggio di Bruno Munari, in ottone cromato.

Le prime sculture da viaggio di Munari erano in cartoncino ripiegabile, in modo che potessero essere spedite per posta.

Via via, senza perdere la caratteristica essenziale di essere ripiegabili e dunque potenzialmente nomadi, le opere sono diventate più grandi, fino a raggiungere anche i sei metri.

Altro esempio di realtà capovolta, sono le opere di Enrico Baj, a cui è dedicata un’intera stanza. Una stanza piena di facce che osservano e ammiccano complici, facce fatte di corde per saltare al posto delle sopracciglia e martelli al posto del naso. Facce in cui gli oggetti quotidiani – e, per estensione, la realtà in generale – si trasfigurano al punto da diventare un gioco.

Mischa Maisky – Cello Encores

 

Testo di Margherita Restelli

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