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Posted on apr 17, 2013 in Capolavori | 1 comment

Il Buon Governo di Lorenzetti: a Siena la grande arte come allegoria politica

Il Buon Governo di Lorenzetti: a Siena la grande arte come allegoria politica

Palazzo Pubblico è senza dubbio uno degli edifici più celebri d’Italia e, come giusto che sia, affaccia su uno dei luoghi più belli del mondo – Piazza del Campo, a Siena. È l’anima del potere cittadino, dominato dalla Torre del Mangia, alta 88 metri, all’ombra della quale ogni anno, il 2 luglio e il 16 agosto si svolge il Palio, croce e delizia di ogni senese.

L’edificio, costruito verso la fine del Trecento, è sempre stato il cuore del governo cittadino e fin da allora gli interni sono stati decorati avvalendosi dei migliori artisti. Era interesse di chi presiedeva la macchina pubblica esibire in queste sale la visione politica attraverso opere capaci di celebrare e propagandare i concetti che più credevano opportuni.

La sala dei Nove rappresenta il luogo simbolo di Palazzo Pubblico, culmine del suo splendore politico e sociale, dove si riuniva il Consiglio dei Nove, ovvero i rappresentanti della città ed espressione della borghesia mercantile cittadina. Avevano potere esecutivo e organizzativo e presiedevano un’assemblea di circa 300 membri. Questa forma di governo andò avanti dal 1287 e il 1355. Durante tale periodo la città ebbe una notevole fioritura artistica, urbana ed economica, che vide la nascita di splendidi edifici, piazze, ospedali. Il momento di splendore terminò con l’inizio di lotte interne e con lo scoppio della peste, resa celebre da Boccaccio nel Decameron.

Tra coloro che morirono delle terribile epidemia c’è anche Ambrogio Lorenzetti, il pittore che affrescò la sala dei Nove. Sulle pareti l’artista senese ci ha lasciato uno dei capolavori dell’arte italiana, le rappresentazioni allegoriche nominate: Effetti del buon Governo, Allegoria  del Buon Governo, Effetti del Cattivo Governo.

Si tratta del primo ciclo di affreschi portatore di contenuti filosofici e politici di carattere laico.

A sostegno delle figure e delle azioni rappresentate, Lorenzetti aggiunse iscrizioni in latino e in italiano che ne guidano e sottolineano il significato simbolico.

Tutte e tre le pareti sono caratterizzane dalla capacità di Lorenzetti di costruire delle grandi narrazioni, fatte di dettagli che riescono ad amplificare e a comporre una lenta presa di coscienza nell’osservatore di ciò che si trova davanti.

La parete che si incontra appena entrati nella sala è quella dedicata agli Effetti del Cattivo Governo. Ciò che ci si presenta di fronte ha una notevole forza respingente e ha come fine quello di farci rivolgere lo sguardo verso le altre pareti. Cosa c’è di respingente? Be’, in primis, la figura terribile del Timor, dalle sembianze macabre che brandisce una spada, che ci racconta della paura che domina una città dove a prevalere è la tirannia e non la concordia. I colori usati sono scuri, le terre descritte sono brulle e non coltivate.

Al centro della scena la Tirannide in trono, con tanto di corna e denti ferini, è circondata da personificazioni come la Crudeltà, la Vanagloria, la Superbia. Notevole nella sua efficacia simbolica è la Discordia, una donna vestita dei colori di Siena intenta a segare il proprio corpo in due, come a voler documentare le lotte interne alla città. Case in fiamme, porte chiuse, persone morte per le strade, soldataglie che girano in cerca di bottino vanno a completare un quadro che in un certo qual modo sembra ricordare la “città dolente”, evocata da Dante nella Divina Commedia.

L’effetto di disagio, anche psicologico, che proviene da tale rappresentazione a cui concorre un sapiente uso delle luce, ci fa sviare lo sguardo verso il muro occupato dall’Allegoria del Buon Governo. Lo sfondo, di un azzurro profondo, sembra voler inserire la scena in un ambiente senza tempo e senza luogo. La parte superiore è un elenco di grandi figure: la Giustizia, la Pace e la Fortezza e altre virtù che conducono al Bene Comune.

Ai loro piedi sfilano, con una capacità descrittiva “verista” formidabile, i Ventiquattro cittadini, un richiamo a un periodo della città in cui il Governo dei Ventiquattro aveva saputo imporsi sul potere del podestà e dei nobili, dando alla città un Governo del popolo.

Pregevole la capacità di Lorenzetti di rendere i dettagli decorativi degli abiti, i ricami, le trame delle stoffe e dei tessuti, i dettagli gotici dei pinnacoli o delle corone.

Se il “manifesto politico” si staglia in tutta la sua solenne esattezza didattica, la parete che ospita gli Effetti del buon Governo offre una spaccato di vita medievale. La veduta urbana è quanto di più reale fosse stato realizzato in pittura fin a quel momento.

Da una parte l’area cittadina, con le strade, le torri, le logge, le chiese, dall’altra il paesaggio bucolico che circonda Siena, con colline, campi, case coloniche, contadini al lavoro.

La relazione tra città e campagna è evidente e mai si era vista la capacità di rappresentare in modo così immediato il concetto di reciprocità socio-economica che sostentava città e contado nel Medioevo.

È come essere di fronte a un sorta di istantanea della vita trecentesca, uno spaccato che sta a metà tra immaginazione e realismo. Un ritratto che unisce la danza delle fanciulle per strada, cavalieri che trottano sereni, artigiani e mercanti, greggi di pecore e scorci che hanno un sapore talvolta fiabesco, talvolta reale.

Da non trascurare alcuni finezze come quella che mostra la città con le porte delle mura aperte. Dove regna il Buon Governo, non c’è bisogno di difendersi e le persone si possono incontrare in tutta serenità.

Sui 35 metri quadri complessivi occupati dagli affreschi, Lorenzetti ci ha lasciato un’opera cardine. Molti furono coloro che colsero nella sua pittura novità stilistiche – la forza evocativa e l’originalità descrittiva, nonché il tentativo di resa realistica. Il talento di restituire gesti e volti proiettano l’arte verso una sensibilità nuova e moderna, lontana dalla rigidità fissa e astratta della pittura di origine bizantina.

 
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