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Posted on ott 10, 2013 in Una stanza tutta per sé | 0 comments

L’atelier di Giorgio Vicentini

L’atelier di Giorgio Vicentini

Questa è la storia di un pollaio la cui fortuna mutò a tal punto che si ritrovò ad ospitare matitoni e tavole di legno e, soprattutto, un artista e le sue creazioni.

C’era una volta un ragazzo ventenne, Giorgio Vicentini, iscritto a giurisprudenza con l’idea di diventare criminologo. Poi venne il tempo del militare e con esso i turbamenti del giovane Törless, l’urgenza di trovare il proprio posto nel mondo e la consapevolezza che la strada battuta fino a quel momento non fosse l’unica possibile.

“Da quando avevo vent’anni, ero militare, mi sono detto: io sono un pittore, voglio fare il pittore. Ai tempi gli artisti erano considerati personaggi fru fru, ora se ci si pensa siamo tra i pochissimi a fare, a lavorare con le mani, con la fatica. È vero che si parte dall’astratto, ma poi lavoriamo tanto sul concreto. Il compito dell’artista, oggi, è anche questo: insegnare a riprendere coscienza del fare.”

Per merito di quella presa di posizione a cui si votò a vent’anni, Vicentini è un artista dei più generativi e significativi nel panorama odierno.

Al primo innamoramento, però, quello per la criminologia, guarda ancora con affetto:

“C’è come una piazzetta dove le passioni antiche e quelle nuove si parlano. Magari succede mentre stai per dormire, o in un momento di pausa, in bagno sotto la doccia. Vedi le cose comparire e affacciarsi nello stesso momento.”

Nella sua collaborazione con Radio Tre, su Twitter, Vicentini condensa il dialogo tra queste vocazioni:

“La tragedia dell’avvenimento si traduce in poesia, in amarezza gentile. La parte scritta a mano, disegnata, è quella più rapida e dirompente, restituisce la capacità che ha la parola di portare alla devianza.”

Le opere pubblicate da Vicentini su Twitter, intitolate Scritturebrevi, sono architettate come un haiku: dapprima si fonda un mondo ordinario, poi subentra una deviazione fulminea che ne capovolge il senso. Un viaggio tanto vertiginoso quanto conciso.

“Per arrivare al succo si butta sempre via tantissimo, si distilla.

Io sono un uomo passionalissimo, del sud più scatenato. Ma ho una parte austriaca che mi permette, una volta che ho fatto, di togliere. Così non perdo la parte sentimentale, però arrivo alla logica.

Per poterlo fare bisogna esercitarsi come atleti, frequentare moltissimo le idee. Essere concettuali ma poi fare. Non basta martellare il cielo, bisogna dimostrare che si è fatto qualcosa. Ma non agli altri, a se stessi.”

Un’altra cosa che ha a che fare col limare, racconta Vicentini, è il lavorare per cicli:

“Si condensa tutto, si sta dentro a una cifra per necessità. Si sanciscono stop, perimetri e aree. A volte rivedo dei miei vecchi lavori e mi accorgo che ero già sul punto di dire qualcosa, ma non ero pronto. Questo perché si fanno tante cose ma la metrica rimane la stessa. Si cambia, certo, ma il nocciolo rimane.”

Ruolo fondamentale, nell’operare di un artista, è di certo l’atelier. E questo ci riporta dritti dritti al pollaio, che dal 2000 ha cominciato a essere abitato dai materiali e dalle opere di Vicentini.

“Il rapporto tra me e il mio atelier è un amore tra padre e figlio. Io sono molto papà, ho tre figli, e anche col mio laboratorio il rapporto è intimo come sa essere quello paterno. Tratto questo posto con garbo e tenerezza. È un’altra la stanza concettuale in cui tengo i cataloghi, questo non è uno spazio che mi deve presentare, con le opere appese in bella vista. Dev’essere un luogo che mi assomigli. L’atelier è un laboratorio d’arte ma anche di poesia, è un luogo tuo, dove ci provi e ci riprovi, e non tutto è buono.”

Nel 1929 Virginia Woolf parlava di una stanza tutta per sé che ogni donna avrebbe dovuto ritagliarsi, fisicamente e simbolicamente, nella propria quotidianità.

Oggi, che l’arte viene spesso ingiustamente tacciata di essere voluttà accessoria, l’atelier assume alcuni dei medesimi caratteri della stanza di woolfiana memoria. Un luogo che occorre che ci sia, costante memorandum dell’imprescindibilità dell’arte anche e soprattutto nei momenti in cui si annaspa tra le più opprimenti delle contingenze.

Margherita Restelli

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