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Posted on lug 10, 2013 in Musei | 0 comments

Giorgio Morandi al MAMbo: nulla è più astratto del reale

Giorgio Morandi al MAMbo: nulla è più astratto del reale

Se qualcuno ritenesse ancora valido il binomio fra arte e sregolatezza, dovrebbe immergersi per qualche ora nella vita e nell’opera di Giorgio Morandi.

L’occasione è data dalla recente soluzione espositiva che il MAMbo di Bologna ha proposto nella sua cosiddetta manica lunga, dentro la Collezione Permanente. Il nuovo percorso permette di ripensare ciò che credevamo di sapere del grande artista bolognese e di valutarlo sotto una nuova ottica, in particolare ora che alcune opere dialogano con quelle di artisti nostri contemporanei.

Partiamo da un dato di fatto: Morandi riteneva importante l’aspetto quotidiano dell’esistere, riteneva fondamentale un intimo rapporto con le cose che lo circondavano, un dialogo continuo sostenuto dal legame tra l’oggetto, protagonista della rappresentazione pittorica, e il soggetto che lo osserva.

La sua è una pittura interiore, mentale, che agisce per togliere tutto il superfluo e andare al cuore del mondo.

Morandi ha sempre vissuto a Bologna, in un appartamento di Via Fondazza. Vi si era trasferito nel 1910, dopo la morte del padre e lo abitò con le tre silenziose sorelle. Non si sposò mai e vi rimase fino alla morte.

Viveva e lavorava in una camera con una finestra che dava su un piccolo cortile tappezzato di alberi e rampicanti. Nella stanza c’erano uno scrittoio e un tavolo da disegno, la brandina, una libreria e, tutto intorno, su semplici scaffali, gli oggetti che Morandi utilizzava per le nature morte: bottiglie, vasi, brocche, scatole, utensili da cucina trovati o raccolti da alcuni rigattieri.

Il metodo lavorativo era lento e meditato. Sceglieva gli oggetti, dopodiché li poneva su un ripiano, li spostava e li sostituiva in base all’effetto che voleva ottenere. Era una sorta di messinscena. Sul pavimento della stanza, con un gessetto, segnava il punto esatto da cui voleva “guardare” gli oggetti e che doveva rimanere sempre lo stesso. Davanti alla finestra aveva organizzato un sistema di velari con il quale regolava la luce. Una volta ottenuto ciò che voleva, con la matita tracciava le linee sulla tela, organizzava la composizione, i volumi, i pieni e i vuoti. Pur nella loro apparente mesta quotidianità, questi gruppi di oggetti hanno una forza monumentale sorprendente. A offrire impercettibili ma fondamentali cambiamenti era la stesura del colore, raffinata e studiata, a volte prodotta con pennellate lisce, a volte più pastose. I toni medi – gialli, ocra, azzurri, verdi – restituiscono un carattere giornaliero, polveroso, impregnato di odori e sapori casalinghi, eppure capaci di aprire spiragli su questioni profonde, di andare oltre l’offuscamento del puro dato reale. Un lavoro incessante quello di Morandi, di quieta riflessività.

Le sue nature morte, simili, ma mai uguali, spoglie, organizzate intorno a un’idea di purezza geometrica e di proporzioni calibrate, spingono rapporti compositivi, forme, colori, luci e ombre verso l’arte astratta. Morandi chiede allo spettatore uno sforzo, lo invita a osservare, a concentrarsi sulle variazioni, sui passaggi inattesi dentro cui cogliere il segreto delle cose, sugli elementi minimi che aprono a pensieri di una profondità vastissima.

Morandi amava anche la pittura di paesaggio e i suoi paesaggi avevano lo spirito delle nature morte. Sono ritagli di mondo colti dalla finestra di casa a Bologna o da quella di Grizzana, sull’Appenino Tosco-Emiliano, dove andava a passare l’estate. Secondo Morandi quello era il paesaggio più bello del mondo. A guardarlo con un occhio esterno si capisce che la frase nasce non da uno sguardo oggettivo, ma dal fatto che per lui quello era un luogo dell’anima, che rinverdiva ricordi, spazi e momenti vissuti in occasioni di speciale quotidianità. Per costruire i suoi paesaggi utilizzava un cartone ritagliato, con cui escludeva ciò che non voleva entrasse nell’inquadratura, e un cannocchiale con cui coglieva gli elementi che più lo interessavano. I suoi paesaggi restituiscono la realtà in modo sintetico, ne semplificano gli schemi compositivi per coglierne l’essenza.

Una atteggiamento che portava avanti anche quando realizzava quadri in cui i protagonisti erano i fiori. Potevano essere freschi, secchi, di stoffa, finti, eppure Morandi amava mostrarli come presenze solitarie e sperdute che esplicitavano il carattere meditativo della sua pittura e che si rivelavano come icone profane.

Morandi visse da solitario e fu un artista solitario. Conosceva la modernità, le avanguardie, non le disprezzava, eppure la sua idea di arte conduceva altrove, in perfetta comunione con la sua vita.

Via Don Giovanni Minzoni, 14
40121 Bologna
Telefono 051 6496611
Fax 051 6496637
E-mail info@mambo-bologna.org

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