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Posted on giu 7, 2013 in Musei | 0 comments

Pinacoteca di Brera: il tema del corpo nella collezione del museo

Pinacoteca di Brera: il tema del corpo nella collezione del museo

La collezione della Pinacoteca di Brera di Milano, ricca di capolavori, è molto estesa e variegata. Si attraversano, sala dopo sala, epoche, tecniche e espressioni artistiche, stili diversi. Sta a chi la visita, ogni volta, scorgere un punto di vista obliquo e trovare una connessione che leghi le opere tra loro, un filo rosso che unisca oggetti d’arte distanti secoli.

In questa occasione vorremmo proporvi come chiave di lettura il corpo. Com’è visto di quadro in quadro, di statua in statua, di epoca storica in epoca storica.

Partiamo dagli idoli dell’arte cicladica, il cui massimo splendore va dal 2500 a.C. al 2000 a.C. Qui il corpo è stilizzato nella pietra e chi scolpiva non cercava la rifinitura e il dettaglio, bensì la forza evocativa a cui le linee più essenziali sanno dar voce. Queste figure sono spesso donne nude con le mani sul ventre, probabile rappresentazione della dea madre, simboleggiante la fertilità e la fecondità.

Sfidando l’erosione del tempo e delle vicende umane, anche alcuni pezzi di scultura minoica, greca e romana sono arrivati pressoché intonsi fino alle sale della Pinacoteca. Un maestoso frammento di piede, staccato dal corpo, ma conservatosi alla perfezione, allude a una statua di enormi proporzioni, e ricorda l’uso che facevano i Romani del corpo nell’arte: un costante promemoria della grandezza degli uomini virtuosi e potenti, la cui imponenza dell’opera doveva lasciare i cittadini attoniti. Nella Roma antica la scultura aveva la funzione di parlare alle masse. La presenza considerevole di sculture anche di grandi dimensioni negli spazi pubblici e privati serviva a rafforzare concetti religiosi e a divulgare l’immagine delle personalità più potenti. In entrambi i casi le sculture diventavano effigi di culto, esaltavano l’aspetto sacro di chi vi era rappresentato.

Passiamo alla pittura ora. I celebri volti dei ritratti funerari, caratteristici dell’arte copta si concentrano soprattutto sullo sguardo, lo sguardo di chi è stato e non è più: gli occhi spalancati e assenti che alludono al mistero della vita dopo la morte.

Anche il genere di sguardo con cui un’opera d’arte ricambia quello dello spettatore è significativo dell’intenzione con cui l’artista sfrutta il struttura corporea della propria opera. Una testa virile scolpita e appartenente all’officina tardo-antica, ad esempio, pur scavata al centro, dove dovrebbe esserci il naso, ricambia lo sguardo del visitatore con tanta decisione da mettere in soggezione. D’effetto è anche lo sguardo stupito e quasi spiritato di alcune teste dell’arte romanica emiliana, al centro degli occhi delle quali sono scavati piccoli fori al posto delle pupille.

Le pale d’altare, diffusesi a partire dal XIII secolo, erano di grandi dimensioni se dovevano essere esposte in edifici religiosi, mentre erano più piccole per la devozione privata. I soggetti erano figure sacre, la Madonna con il Bambino, ad esempio, circondate perlopiù da santi. Qui i corpi hanno poco di realistico e mostrano, soprattutto nelle pale arcaiche, una linea austera, e appaiono quasi privi di concretezza tanto da manifestarsi tramite gli attributi iconografici: oggetti specifici, sempre uguali e immediatamente riconoscibili. Santa Caterina è rappresentata con un fuso tra le mani – si veda Madonna con bambino in trono di Lorenzo Veneziano. San Sebastiano invece è dipinto con delle frecce che gli trafiggono il corpo come nel dipinto di Liberale da Verona. San Pietro da Verona è rappresentato con un coltello che gli trapassa la testa, e la pelle di Giobbe è ricoperta di piaghe, si veda Madonna con bambino tra i santi Giobbe e Gottardo di Fogolino.

Ma il corpo più celebre in mostra a Brera è quello del Cristo nel Cristo Morto di Mantegna. Dramma, capacità tecnica, forza espressiva caratterizzano questa piccola opera dall’energia dirompente. L’artista ci mostra in primo piano i piedi di Cristo, lacerati dai chiodi e poi, a salire, in uno degli scorci prospettici più potenti della storia dell’arte, il corpo esamine di Gesù, adagiato su un giaciglio di pietra e sulla sinistra, appena visibili, i volti dei dolenti che lo piangono. La composizione, l’uso di toni neutri, il gioco di ombre e luci, offrono una resa realistica che cattura chi osserva e lo trascina dentro la sofferenza e lo scempio del martirio.

I corpi de La Vergine col bambino di Piero della Francesca, altro celebre capolavoro della Pinacoteca, sembrano essere parte dell’architettura. I personaggi solenni che accerchiano la Madonna seguono le curve dell’edificio. La luce scolpisce la solidità dei materiali – i gioielli, le stoffe, gli elementi decorativi. Le figure sono semplificate e i loro corpi esistono per essere attori di una scena madre, tributo alla fecondità e miracolosa maternità della Vergine.

Con un salto temporale piuttosto ardito, eccoci approdare a Triste presentimento, di Girolamo Induno, del 1862. Il quadro rappresenta una giovane ragazza che contempla con aria sconsolata il ritratto del proprio fidanzato. Alcuni elementi che la circondano, il busto di Giuseppe Garibaldi e l’illustrazione di una barricata incollata all’imposta della finestra, ci fanno presupporre che sia al fronte. Lei sta seduta sul letto, i piedi incrociati. La posa del suo corpo, svanito dentro la camicia da notte, racconta tanto quanto il suo sguardo mesto: quel contemplare disperato, presentimento desideroso di essere smentito, un gesto che è divenuto abitudine di ogni giorno, proprio come sono consueti gli oggetti che circondano la protagonista e i tessuti che la ricoprono.

Nel Novecento, per Alberto Giacometti il corpo diventa una figura esile che si erge dalla materia, abbozzata eppure perfetta come in Nu debout, il corpo è il risultato di una tensione al realismo mai conquistata e che, a forza di togliere, trova l’essenza stessa di materia e, più a fondo, il concetto di uomo. Per Osvaldo Lucini, la fisionomia corporea è evocata da un insieme di pochissime linee semplici, quanto mai rappresentative della plasticità del corpo in movimento come evidente in Angelo ribelle con luna bianca.

Il giardino di Campigli ritrae delle figure accomodate come in un giardino, eppure lo sfondo è completamente bianco: il corpo, nelle sue pose, incarna un rituale, rendendo visibile un luogo che non c’è.

Pinacoteca di Brera
via Brera 28 – Milano
telefono: 02 722 63 264
aperta da martedì a domenica, dalle 8.30 alle 19.15
(la biglietteria chiude alle 18.40)biglietti: intero 10 €, ridotto 7€ (fino ai 25 anni)

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