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Posted on lug 18, 2013 in Capolavori | 0 comments

Il Cristo Velato nella Cappella Sansevero: l’insostenibile leggerezza del marmo

Il Cristo Velato nella Cappella Sansevero: l’insostenibile leggerezza del marmo

Esistono opere o luoghi che sembrano toglierci, non solo il fiato, ma l’anima stessa, e verrebbe voglia di fermarsi in un’eterna contemplazione. Capita a volte che gli appassionati d’arte si soffermino a stilare personali classifiche: per qualcuno la Gioconda è meglio dell’Urlo di Munch, per altri non c’è niente che possa competere con la Cappella Sistina, qualcuno ancora metterà al primo posto Bosch e così via. E ci sono, poi, casi in cui questo atteggiamento non è una singolarità del profano, ma è condiviso anche dai critici e dagli storici più moderati.

Uno di questi esempi è il Cristo Velato di Giovanni Sanmartino, un capolavoro che richiama migliaia di visitatori ogni anno e che, da molti esperti, è considerata la più riuscita e perfetta scultura mai creata. Un’opera di cui il Canova disse di essere disposto a dare la propria vita pur di esserne l’autore.

La scultura, realizzata nel 1753, è conservata a Napoli, nella Cappella Sansevero, è posta al centro della navata dentro un trionfo di marmi e affreschi unico al mondo.

 L’attuale assetto della Cappella e la quasi totalità delle opere in essa contenute sono frutto della volontà di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero – geniale ed enciclopedico illuminista, additato spesso come stregone, pazzo sadico, icona diabolica – che a partire dagli anni ’40 del Settecento riorganizzò la Cappella secondo criteri del tutto nuovi e personali.

Sul soffitto, Il Paradiso di Sansevero, un affresco di un pittore minore (Francesco Maria Russo), che colpisce ancor oggi per la brillantezza dovuta a una specifica tecnica inventata dal di Sangro stesso, una tecnica detta oloidrica, nella quale la colla viene sostituita con altre sostanze. Poi, tutt’intorno un gruppo scultoreo in cui si alternano i monumenti funebri ospitati nelle cappellette e, addossate ai pilastri che separano gli archi, le statue dedicate alle donne del casato. Queste ultime, vero fulcro del progetto iconografico, rappresentano le Virtù, tappe di un percorso iniziatico che doveva condurre alla conoscenza e al perfezionamento interiore.

Il centro della Cappella attorno a cui tutto sembra gravitare resta, comunque, l’opera del Sanmartino.

L’opera fu inizialmente commissionata ad Antonio Corradini, già autore della statua raffigurante la Pudicizia, il quale morì nel 1752 lasciando soltanto un bozzetto incompiuto. L’incarico venne quindi affidato a un giovane napoletano dal gusto moderno, Giovanni Sanmartino, a cui venne chiesto di realizzare “Una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”.

Proprio nella resa virtuosistica del velo risiede la bellezza e la fama dell’opera. Il velo non diventa soltanto un elemento iconografico, ma si trasforma in metafora del calvario, della passione. Sembra togliere al corpo ogni dettaglio della fisicità, scarnificandone la materia e la forma.

Le trafitture dei chiodi sui piedi e sulle mani, la vena gonfia e ancora palpitante sulla fronte, il costato scavato, le pieghe del sudario, che trasmettono la sensazione di un ritmo al tempo stesso convulso e leggerissimo, sono indici di una realizzazione che non ha dato spazio a preziosismi, anche quando Sanmartino ricama i bordi del velo o si sofferma sugli strumenti della Passione collocati ai piedi del Cristo. Qui, addirittura, l’arte di Sanmartino diventa capace di raccontare il tormento e il dolore di una sofferenza che non è solo quella del corpo che si nasconde sotto il velo, ma quella dell’intera fragilità umana.

La resa del velo è così realistica che indusse molti, in passato, a pensare che fosse frutto di un processo alchemico di marmorizzazione compiuto dal principe di Sansevero, il cui interesse per l’alchimia era ben noto all’epoca. Ma come si può constatare da un’osservazione attenta e scrupolosa – e, più importante, come attestano numerosi documenti – l’opera è ricavata da un singolo blocco di marmo, e il fatto che l’opera sia stata realizzata senza l’aiuto di alcuna escogitazione alchemica, conferisce alla statua un fascino ancora maggiore.

La leggenda del velo, però, è dura a morire. L’alone di mistero che avvolge il principe di Sansevero e la liquida trasparenza del sudario continuano ad alimentarla. D’altra parte, era nelle intenzioni del di Sangro – in questa come in altre circostanze – suscitare meraviglia: non a caso fu egli stesso a constatare che quel velo marmoreo era tanto impalpabile e «fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori».

Prendendo in prestito il titolo del celebre romanzo di Kundera, Sanmartino è riuscito a rendere con efficacia e maestria insuperabile quanto possa essere irresistibilmente leggero il marmo.

Di Fabrizio Allione

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