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Posted on ott 14, 2013 in Edifici sacri | 0 comments

Labbra dolci di Zibibbo: il Cantico dei Cantici raccontato da Enzo Bianchi

Labbra dolci di Zibibbo: il Cantico dei Cantici raccontato da Enzo Bianchi

Che Enzo Bianchi sia un priore fuori dal comune lo sa bene chi ha visitato il Monastero di Bose, da lui fondato nel 1965, luogo di accoglienza e preghiera che unisce monaci e monache appartenenti alle diverse confessioni del cristianesimo.

Affezionato e gradito ospite del Festival della Filosofia, durante la scorsa edizione, il cui tema centrale era l’amare, Bianchi ha parlato dello Scirìa Scirìn, il cantico per eccellenza: il Cantico dei Cantici.

Come racconta il priore, il Cantico, protetto dalla maschera di allegoria dell’amore tra Dio e Israele, sopravvisse fino a metà del XVI secolo, quando Sebastian Castellion, teologo francese, insinuò la possibilità di una lettura letterale, che parlasse di un amore umano, erotico.

La Chiesa, svelato il velo di Maya, cominciò a interrogarsi: il Cantico andava bandito? Oppure, trovandosi al cuore della Bibbia, era portatore di un messaggio su cui meditare?

Fu la seconda delle ipotesi a prendere il sopravvento e si diffuse così una nuova visione del Cantico, illuminata da una lettura non più allegorica ma metaforica: sono due amanti a parlarsi e il loro amore, irriducibile al bisogno, si eleva a metafora.

In questo, d’altronde, nota Bianchi, sta la differenza tra uomo e animale: nella consapevolezza che la pulsione amorosa non può essere mero istinto, né ridursi alla meccanicità di due corpi: va elevata attraverso la parola e la contemplazione.

Per questo, al cuore della Bibbia, esiste il Cantico dei Cantici, “il libro dove più risuonano l’io e il tu”, come sottolineò il filosofo tedesco Rosenzweig, e in cui trionfa la “modalità irriducibile del faccia a faccia”, per usare le parole del teologo austriaco Martin Buber.

Enzo Bianchi invita a guardare al gioco amoroso come il tempo in cui si impara a dire “sì”, “amen” alla vita, alla gioia, al piacere.

Il tempo delle carezze, gratuità del perder tempo.

Un luogo in cui non si ha un corpo ma si è corpo e la superiorità non esiste: l’unico a dominare è l’amore, vessillo che sventola sopra agli amanti. E l’esperienza amorosa, nel Cantico avviene tramite i cinque sensi, sempre coinvolti. I due amanti sono voci che si intersecano e giocano a riconoscersi da lontano. Gli amanti si guardano e la bellezza di uno pare all’altro che svetti tra centomila.

Poi ci sono i sapori e i profumi che inebriano. Bianchi, nella sua traduzione del Cantico dei Cantici, ha tradotto “vino dolce” con Zibibbo, o Barolo Chinato. Sapori della nostra tradizione, che conosciamo e che ci riportano immediatamente a una sensazione di piacevolezza. “Il sapore del vino nominato qui non lo conosciamo più”, dice. E invece il sapore e il profumo dell’amore si rifanno a una conoscenza comune, che non si dimentica né si può confondere.

La chiusura del Cantico, infine, apre all’eternità: “Forte come la morte è l’amore, passione tenace come l’inferno”.

Il duello eterno tra Eros e Tanathos, topico in tutte le culture, è qui vinto dall’amore, la cui forza è tale da eguagliare quella della morte, e dunque, di fatto, vincerla.

Ed ecco che in questa ottica, conclude Bianchi, Gesù non risorge perché figlio di Dio, ma perché ha amato fino alla fine, fino all’estremo: l’ultima parola l’avrà l’amore che abbiamo vissuto, non la morte che abbiamo davanti.

Margherita Restelli

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