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Posted on mag 13, 2013 in Musei | 0 comments

Villa Panza di Biumo: arte contemporanea tra salotti, scuderie e un parco secolare

Villa Panza di Biumo: arte contemporanea tra salotti, scuderie e un parco secolare

È confortante sapere che poco lontano dalla vita cittadina esistano posti capaci di estraniare dalla frenesia quotidiana e immergere in un’atmosfera senza tempo. Perfetto esempio, a pochi chilometri di distanza dal centro di Varese, è Villa Panza, attorniata da un parco di oltre 33.000 metri quadrati.

La villa, risalente alla metà del XVIII secolo e poi ampliata nel corso dell’Ottocento, nel 1996 è stata donata al FAI dal conte Giuseppe Panza di Biumo, suo ultimo proprietario.

Le stanze della villa, pur impreziosite da una variegata collezione permanente, sono state conservate nel modo più fedele possibile alla loro funzione primitiva, così da non dare l’impressione di passeggiare per un museo, ma per una casa vissuta.

La scelta delle opere è volta a dare una sintesi dei periodi storici a cui appartengono, si parla dunque di collezione “in profondità”, piuttosto che in estensione.

All’ingresso della villa, ad accogliere i visitatori, ci sono i profili morbidi e tondeggianti di Ross Rudel, che si rifanno alle forme organiche, e le opere di Max Cole, trionfo della linea orizzontale.

La ripetizione senza fine del gesto che sta dietro alle sue tele, riempite di innumerevoli linee dipinte a mano, rappresenta un tentativo di ricerca interiore, una vera e propria preghiera. La linea orizzontale, dice la Cole, è simbolo di serenità: persino il cielo e la terra sono allo stesso tempo separati e uniti da una linea orizzontale.

Nella stanza del biliardo sono raccolte le tele di Phil Sims, ciascuna dedicata a un colore. L’autore tiene a precisare che il primo intento delle sue opere non è quello di essere di un colore, ma di interpretarlo, fungergli da portavoce: “Non è un quadro viola, è il quadro del viola”.

Le tele di Sims, a prima vista, possono sembrare un tutto monocromatico, ma quando ci si avvicina, è come se si scomponessero nelle singole fitte pennellate che le costituiscono. Questa, secondo l’artista, è la dimostrazione che il quadro è vivo.

Anche le opere di David Simpson sono monocromatiche, ma il loro intento è molto diverso da quelle di Sims. Per Simpson, infatti, prima del colore viene la luce, per una questione più filosofica che estetica: la luce è l’essenza dell’umano.

Ecco dunque che le sue tele, a seconda di come ci si sposta, appaiono di un colore diverso, per merito della luce che le colpisce da ogni angolazione in modo differente. Un quadro in apparenza bianco, ad esempio, spostandosi di qualche passo potrebbe sorprendere il visitatore rivelandosi di un’accesa tinta color oro.

Nel salottino del carpine, così chiamato perché dalla porta finestra che conduce all’esterno ha inizio un lungo tunnel di carpini, è conservato un pregiato pianoforte Pleyel, attorniato dalle opere di Ford Beckman. Le sue tele sono grandi riquadri di colore, soglie capaci di far affacciare nel nero o nel bianco più profondi e assoluti.

Al piano superiore sono raccolti i lavori di Ettore Spalletti, tra cui due tronchi di cono dipinti di azzurro. L’azzurro, fa notare l’artista, è un colore che non esiste in natura, eppure ci circonda.

Accanto ai tronchi di cono c’è un vaso che appare un cilindro perfetto ma, se gli si cammina intorno, si scopre che non lo è affatto: un mirabile gioco di illusione ottica.

Nella galleria che conduce al salotto rosso ci sono due cassoni nuziali dall’elegante fattura, i disegni preparatori di uno dei quali sono dello Scheggia, fratello di Masaccio.

Il salotto è dedicato alle opere di arte primaria africana e nordamericana, le cui figure umane parlano ancora dei materiali dal quale sono ricavate: il legno, la pietra. Un equilibrio primordiale e armonioso tra figura e materia.

Usciti dal salotto si accede a un lungo corridoio, le cui porte gettano all’esterno ciascuna una luce colorata. Ognuna delle stanze ospita un’opera neon di Flavin.

L’artista tiene a sottolineare che la sua arte non invita in alcun modo alla meditazione, piuttosto all’emozione, e dunque suggerisce al visitatore di fruirne senza cercare significati reconditi: “Get in, get out”, entra, esperisci ed esci.

“I miei tubi neon”, racconta Flavin, “non si sono mai infiammati alla ricerca di un dio. Poco importa, dunque, se sono destinati a essere sostituiti perché si esauriranno”.

Tra le sue opere ricordiamo Varese Corridor, site-specific (cioè opera concepita specificamente per il luogo che la ospita) per cui sono stati impiegati ben 14 metri di tubi neon, e Monument for those who have been killed in ambush, il cui rosso avvolgente allude a livello emotivo al sangue delle vittime.

La visita alla villa si conclude con alcune opere di architettura ambientale: in una stanza buia è ritagliata un’apertura che si affaccia sul parco, attraendo inesorabilmente chiunque vi passi.

Il corridoio progettato da Robert Irwin, invece, in apparenza angusto, si svela avere una parete del tutto immateriale, che gioca con la luce e l’ombra per illudere e poi spiazzare la vista.

 

Villa e collezione Panza

piazza Litta 1, Varese

aperto tutti i giorni tranne i lunedì non festivi

ore 10-18 (ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura)

adulti €9, bambini (4-14 anni) €5, aderenti e soci FAI ingresso gratuito (ad eccezione di mostree temporanee)

audioguida (italiano/inglese) inclusa nel prezzo

per informazioni: 0332 283960

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