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Posted on mag 17, 2013 in Capolavori | 1 comment

Amore sacro e Amor profano: i segreti del capolavoro di Tiziano

Amore sacro e Amor profano: i segreti del capolavoro di Tiziano

La passeggiata al Pincio, a Roma, spalanca gli orizzonti su uno dei panorami più celebri del mondo. Il gioco preferito di chi vi si affaccia è indicare un monumento, un profilo, una cupola e dire ah sì, adesso ho capito dove si trova. Alle spalle del belvedere, fra una distesa di lecci, ippocastani, pini, statue, busti di marmo, si può raggiungere Villa Borghese, uno dei più grandi parchi della capitale, al cui interno si trova Galleria Borghese. La residenza del cardinale Scipione conserva una quantità inestimabile di capolavori, basterebbe solo considerare il numero di Caravaggio e di Bernini che propone al visitatore. Ma la nostra attenzione, oggi, si vuole concentrare altrove, su un altrettanto illustre pietra miliare dell’ingegno italico Amore sacro e Amor profano di Tiziano.
Uno dei numerosi piaceri regalatici dall’arte è quello di costringerci a inseguire il senso delle opere, a scervellarsi su quali significati si celino dietro un dipinto, quali misteri o concetti abbia voluto esprimere l’artista e perché.
Talvolta opere come la Tempesta di Giorgione, la Primavera di Botticelli e, per l’appunto, Amore sacro e Amore profano di Tiziano rappresentano un enigma che solo il tempo, i documenti e lo studio assiduo riescono a dipanare. Ciononostante l’ambiguità di fondo di ciò che davvero vogliono raccontarci alcuni di questi capolavori rimane, vibra, diventa patrimonio condiviso, parte stessa del piacere di apprezzarli e amarli. Il lato oscuro che ne aumenta il fascino.

Tiziano, veneto originario del Cadore, si trasferì giovanissimo a Venezia, dove andò a bottega da Gentile Bellini, pittore ufficiale della Serenissima.

Tiziano dipinse Amore sacro e Amore profano quando aveva più o meno 25 anni. La tela, piuttosto grande, rappresenta due giovani donne, una riccamente vestita, l’altra nuda, che siedono alle estremità di un sarcofago. Al centro un amorino affonda una mano nell’acqua. Alle spalle dei protagonisti si stende un paesaggio con caratteristiche diverse. Dietro la donna vestita è più accidentato con una costruzione turrita, al centro è ricco di alberi e fronde, mentre è lineare e con un bel laghetto rasserenante dietro la ragazza nuda.

A partire dalla fine dell’Ottocento le ipotesi interpretative proposte sono state una infinità.

Di certo c’è che in quel periodo, Tiziano venne in contatto con un gruppo di umanisti che si riuniva attorno a Pietro Bembo. Un circolo di intellettuali che discuteva di temi filosofici, letterari, mitologici e musicali che facevano riferimento a teorie complesse, basate sul recupero di filosofi e scrittori classici.

Il Bembo scrisse gli Asolani, un’opera in prosa e in rima, sul tema dell’amore. È probabile che Tiziano attinse e prese stimoli da queste disquisizioni umanistiche per affrontare quello che a tutti gli effetti sembra il reale tema del quadro, ovvero un’allegoria matrimoniale.

Lo sposalizio in questione sarebbe quello tra Nicolò Aurelio e Laura Bagarotto nel 1514. Lo stemma araldico della famiglia Aurelio appare infatti sul fregio del sarcofago. Ma perché Nicolò commissionò a Tiziano un quadro per celebrare questa unione? Bisogna rivangare nel passato dell’uomo per avere una risposta plausibile. Nicolò faceva parte del consiglio dei Dieci, l’organo che governava Venezia e che aveva fatto condannare all’impiccagione il padre di lei, Bertuccio Bagarotto, con l’accusa di alto tradimento, accusa che si rivelò poi non molto fondata.

L’intento quindi era quello di guarire una ferita, di persuadere Laura a sposarlo, nonostante quello che aveva fatto al padre e di predisporre un matrimonio riparatore che doveva riavvicinare anche le parti politiche coinvolte. Si trattò probabilmente di un dono di nozze – il più possibile persuasivo – che aveva come scopo il rappacificamento familiare e diplomatico.

Non a caso la donna vestita porta gli attributi che simboleggiano la condizione di sposa: i guanti, la cintura, le rose, il mirto, lo scrigno.

Nella Venezia del Cinquecento il matrimonio aveva un valore sociale rilevante, sanciva alleanze, prometteva affari che andavano oltre la pura unione di coppia. Nella pittura veneta del Rinascimento, l’alta concentrazione di tele con protagonista Flora, moglie di Zefiro, e simbolo di concordia nuziale e fertilità, ci dà un’ulteriore indicazione di tale tendenza. Lo stesso Tiziano, dipinse una Flora carica di sensualità e per la quale utilizzò la stessa modella di Amore Sacro e Amor Profano.

Tornando al quadro della Galleria Borghese, a sinistra, dietro la donna vestita, l’Amor profano, appare un sentiero in salita, un percorso che rappresenta la difficoltà necessaria a giungere alla virtù e che si conquista con fatica e rinunce. A destra, dietro all’Amore sacro, il paesaggio è pianeggiante e disteso. Non deve stupire il fatto che l’amore sacro sia rappresentato nudo, poiché  la tradizione voleva che la bellezza celeste non avesse bisogno di orpelli per essere ammirata.

Rimane il problema di come conciliare l’amore casto e quello sensuale. Tiziano sembra volerci indicare in Cupido, posto al centro tra le due figure, l’intermediario adatto.

Dal punto di vista stilistico il quadro si colloca in quello che è definito “classicismo cromatico”, un periodo della carriera del pittore che nasce sulle orme di Giorgione e Bellini, ma che si emancipa e che trova un perfetto equilibrio ideale e formale tramite il colore, usato come principio di unità stilistica.

Visti il fascino e l’ambiguità del quadro, nel 1899, i Rotschild, una delle famiglie più ricche del mondo, offrirono per averlo 4.000.000 di lire rispetto ai 3.600.000, il valore stimato allora per tutta Villa Borghese comprese le opere d’arte.

L’offerta fu rifiutata e oggi l’Amor Sacro e l’Amor Profano è ancora esposto alla Galleria Borghese ed è diventato uno dei simboli di questa splendida collezione.

L’immagine di copertina è proprietà di Galleria Borghese.

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