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Posted on giu 8, 2013 in Artisti | 0 comments

Canaletto e Venezia: dove finzione e realtà si danno la mano

Canaletto e Venezia: dove finzione e realtà si danno la mano

Ci sono alcune città nel mondo che vivono nell’immaginario collettivo grazie alle trasposizioni date da diverse forme artistiche come pittura, fotografia, cinema. Pensiamo alla New York evocata dalla settima arte o alla Parigi degli Impressionisti o alla Venezia di Canaletto. Soffermiamoci per ora su quest’ultimo binomio e proviamo a indagare che tipo di Venezia trapeli dalle opere di Giovanni Antonio Canal, nome originale del pittore.

Partiamo da un fatto statistico, i suoi quadri conservati in città sono pochi se confrontati con quelli esposti nei musei statunitensi e britannici. Il motivo è presto detto. Dal Settecento in poi, queste opere rappresentavano meravigliosi ricordi di quello che era il Gran Tour. Le tele servivano ai ricchi turisti che avevano visitato l’Italia per rivivere a casa propria i luoghi più caratteristici del Belpaese, soprattutto i suoi monumenti. Tra le più ambite c’erano certamente le vedute di Canaletto.

Ma quando Canaletto iniziò a rappresentare la sua città natale? Vi tornò attorno al 1720, dopo un lungo soggiorno romano nel quale aveva seguito il padre per aiutarlo a realizzare le scenografie di alcuni drammi in musica (la nostra opera lirica. Qui strinse contatti con Luca Carlevarijs, considerato il capostipite del vedutismo in laguna e con Marco Ricci, altro rappresentante di un genere che cominciava ad avere un buon successo tra i collezionisti.

Il metodo seguito da questi artisti prevedeva l’uso della camera oscura, un oggetto ottico risalente al Cinquecento, perfezionatosi con il tempo, che permetteva di ritrarre fedelmente i luoghi e le architetture. Si trattava di una scatola con un forellino, vicino al quale era montata una lente. Si metteva sul fondo della scatola un foglio bianco e, grazie a due specchi inclinati, sul foglio veniva proiettata l’immagine capovolta di ciò che era inquadrato. Il pittore a quel punto poteva ricalcarla sul foglio.

Canaletto si avvaleva del marchingegno, padre della moderna fotografia, ma una volta che passava dal disegno alla tela vera e propria, il processo di costruzione prospettica, la composizione, l’inquadratura, la regia del suo sguardo modificavano ciò che la camera oscura avevano catturato con piglio rigoroso. In un certo senso Canaletto passava dalla veduta, alla visione, reinterpretando i luoghi. La libertà con cui aggiustava i punti di vista e gestiva le angolazioni, l’uso di quello che sembra oggi una sorta di “grandangolo” ante-litteram, donavano alle sue tele il potere di restituire sì la realtà, eppure una realtà reinventata. Venezia è indubbiamente Venezia, ma è anche una città sognata, vagheggiata, utopica, in cui l’invenzione gioca una parte sottile e per certi aspetti sorprendente.

Canaletto disegna architetture che prendono vita e consistenza grazie alle tipiche pennellate ricche di impasto. La sua pittura cambia di spessore, una volta si fa più densa, una volta più delicata, un conflitto che rende ciò che viene ritratto talora teatrale, talaltra enigmatico.

Le atmosfere lagunari vengono interpretate seguendo una certa disciplina scenografica a cui si aggiunge però una grande libertà pittorica. Le figure umane, le onde, i cieli sono resi con pennellate corpose e i particolari, anche se simili al vero, sono infusi qua e là da un soffio di poesia. Le sfumature di colore sono studiate e stese con notevole accuratezza, un’attenzione che rivela i dettagli delle architetture, una grande ricchezza di episodi piccoli e grandi e cieli pieni di umori e mutamenti.

In alcune circostanze il pittore avverte la realtà in maniera drammatica e lo evidenzia soprattutto attraverso forti contrasti luministici.

Vero quindi che Canaletto ebbe la grande capacità di rileggere Venezia, ma la città gli regalò il suo carattere urbanistico unico, lo aiutò con il suo alto tasso di illusione e di teatralità, con le sue atmosfere vaghe, la luce in eterno cambiamento, la foschia, la nebbia, gli edifici sempre in bilico tra splendore e decadenza.

Così alla composita anima della Serenissima corrisponde l’arte ingannatrice di Canaletto, capace da una parte di rendere con scientifica precisione edifici, campi, campielli, scorci e di renderli riconoscibili, ma allo stesso tempo di riassemblarli, rielaborarli, filtrarli attraverso il pensiero e la fantasia. In un certo senso copia Venezia per renderla più bella.

Ecco perché non potrebbe esistere Venezia senza Canaletto e Canaletto senza Venezia, Venezia viene resa eterna dai suoi quadri, quadri stimolati dalla perfetta scenografia urbana e allo stesso tempo resi possibili dal talento reinterpretativo di Canaletto. Tra finzione e realtà.

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