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Posted on mag 23, 2013 in Venezia | 0 comments

Venezia misteriosa: fantasmi, omicidi e leggende inquiete

Venezia misteriosa: fantasmi, omicidi e leggende inquiete

Il labirinto di calli, campi e campielli, salizzade, ponti, porteghi, e poi le nebbie, i riflessi ingannatori dell’acqua, le zone disabitate, alcuni palazzi semidistrutti, l’apparizione improvvisa di una gondola, tutto concorre a fare di Venezia la città dei misteri per antonomasia.

La Serenissima ha fatto da set ideale a romanzi o film ricchi di segreti, ha visto intrighi veri prendere i connotati di un spy story, personaggi come Casanova diventare l’emblema di un modo di concepire le passioni fatto di bugie e inganni.

Il carnevale, uno dei più celebri del mondo, con le maschere e i travestimenti, evoca ulteriori nascondimenti, così come la passione dei veneziani per le ciacole, le chiacchiere, e per il racconto orale ha riempito la città di storie che oscillano tra realtà e leggenda, occultismo e scienza, fandonie e poesia.

Prendiamo ad esempio Calle della Morte, il cui nome è tutto un programma. Si trova nei pressi della Chiesa di San Giovanni in Bragora e a quanto pare lì venivano uccise, dopo averle attirate con l’inganno, le persone condannate dal Consiglio dei Dieci. Oggi, si potrebbero definire omicidi di Stato. Probabilmente si tratta solo di leggende incentivate dalla paura dei veneziani per le esecuzioni che, per onore di cronaca, si svolgevano in piazzetta San Marco tra le colonne di Marco e Todaro. Questo spazio era anche l’unico luogo in cui si poteva giocare d’azzardo. La pratica si deve a Nicolò Stratonio, un ingegnere bergamasco che trovò il modo di innalzare le colonne con un sistema di corde bagnate lasciate asciugare e poi accorciate, chiamato “acqua alle corde”. Come ricompensa chiese di poter gestire il gioco dei dadi in città, proibito a quei tempi. La Serenissima concesse la licenza, anche se pose due condizioni: che gli venisse cambiato il nome da Nicolò Stratonio a Nicolò Barattieri e che si giocasse solo nello spazio tra le due colonne.

A San Lio, nel sestiere di Castello, accanto alla chiesa di Santa Maria della Fava, da una semicolonna esterna sporge un teschio, elemento che ha fatto guadagnare alla zona una lugubre fama.

Non sfuggono alle dicerie e alle sospette maledizioni nemmeno alcuni degli edifici più affascinanti di Venezia. Ca’ Dario, fra i più originali che si affacciano sul canal Grande, di matrice quattrocentesca e con una facciata asimmetrica, porta con sé la nomea che vuole i suoi proprietari destinati a fare bancarotta o a morire di morte violenta.

Molti i personaggi illustri o meno, italiani e stranieri, che una volta acquistata l’abitazione hanno fatto una brutta fine. La famiglia Barbaro fece bancarotta poco dopo aver preso possesso della dimora. L’inglese Radon Brown perse tutti i propri averi e si suicidò nel 1842 insieme al compagno. A cavallo fra Ottocento e Novecento il poeta francese Henri de Régnier ci visse finché una grave malattia lo costrinse a tornare in patria. Nel 1970 il conte torinese Filippo Giordano delle Lanze vi fu ucciso da un marinaio con il quale intratteneva una relazione. Costui, in seguito, fuggì a Londra, dove venne a sua volta assassinato. Alla fine degli anni ‘80 il palazzo venne acquistato dal finanziere Raul Gardini che, coinvolto in Tangentopoli, si suicidò nel 1993. Se volete rischiare la sorte a avete parecchi milioni di euro è la casa che fa per voi.

La popolazione parla invece di fantasmi vendicativi che vivrebbero all’interno del cosiddetto Casino degli Spiriti. Si tratta di un elegante palazzo di impronta cinquecentesca che si trova lungo le fondamenta Gasparo Contarini, a Cannaregio, e che si affaccia sull’isola di San Michele, sede del cimitero.

Un tempo ci si tenevano riunioni culturali e incontri filosofici, poi la fama peggiorò, anche se non è chiaro il motivo. Forse è la posizione esposta alle nebbie, al vento e al rumore del mare che dà l’impressione di essere a contatto con delle presenze.

In città c’erano alcune zone dove un tempo era più facile essere aggrediti, rapinati o vittime di vendette. Uno era il Rio Terà degli Assassini, vicino a San Marco. Per evitare agguati e assassinii notturni, il governo della Serenissima prima ordinò che le calli venissero illuminate da piccole lanterne che venivano accese dai parroci della zona. Nel Cinquecento deliberò che tutti, di notte, dovevano muoversi solo se provvisti di un lume o, nel caso dei nobili, di servi con lanterne. Poi nel Settecento arrivò l’uso dei fanali che rese la città più vivibile anche con il buio.

C’è anche un risvolto più piccante e che esce dal dedalo di calli di Rialto e che riguarda il cosiddetto Ponte delle Tette. Prende il nome da un’ordinanza del Senato stesso che obbligava le meretrici che operavano in zona, al castelletto, a sedere sul davanzale delle loro case con le gambe penzoloni a seno scoperto in modo da attirare i clienti. Motivo? Il Senato voleva distogliere gli uomini da quello che veniva considerato il “vizio” della sodomia. Nel ‘500 molte furono le condanne contro chi la praticava. I condannati  venivano impiccati fra due colonne della piazzetta di San Marco e poi bruciati.

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