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Posted on apr 27, 2013 in Capolavori | 1 comment

L’Olympia di Manet: a Venezia il quadro che scandalizzò Parigi

L’Olympia di Manet: a Venezia il quadro che scandalizzò Parigi

A pensarci oggi, fa un po’ sorridere, eppure, nel 1865, quando la tela Olympia fu esposta per la prima volta al Salon di Parigi, lo scandalo fu tale che alcuni visitatori, una volta osservata, afferravano gli ombrelli e tentavano di sfregiarla. Per salvaguardarla, la direzione fu costretta a rimuoverla dalla parete e a sistemarla in alto sopra una porta, dove in pochi ci facevano caso.

L’Olympia è un quadro di Edouard Manet, pittore che aveva già fatto parlare di sé giusto un paio di anni prima, quando nell’opera La colazione sull’erba, aveva rappresentato un picnic in un bosco dove, in mezzo a due giovani uomini vestiti, il pittore stesso e un amico, sedeva una donna nuda che guardava l’osservatore dritto negli occhi.

Come possiamo immaginare il dipinto aveva turbato accademici e borghesi. I primi per aver calato in un genere classico ed elevato, il nudo, una situazione contemporanea, i secondi poiché un’audacia così esplicita non erano mai stata rappresentata in un quadro.

Manet, anche se amareggiato per le critiche, continuò per la propria strada e un paio di anni presentò Olympia.

Il nudo era un genere praticato già da qualche secolo e l’ispirazione a Manet venne dopo aver osservato, in un viaggio in Italia, la Venere di Urbino, di Tiziano, che vestita non era affatto. A dispetto della scelta del pittore italiano, che celebra la bellezza femminile, e anche un certo erotismo, Manet imbruttisce Victorine, la modella, rende la sua pelle cadaverica, lo sguardo inespressivo e vacuo, il volto piatto. Poi aggiunge elementi che chiariscono la professione della ragazza: pantofole, braccialetto, nastro nero al collo, orecchini, un mazzo di fiori freschi, probabile omaggio di un ammiratore, insomma: una prostituta.

Eppure se Olympia pratica questa professione, da lei non trapela nulla di attrattivo, anzi è più indifferente che accattivante, e se pure ci fissa, lo fa con mestizia, più che con sensualità.

Un’altra differenza con il modello tizianesco è l’utilizzo del gatto al posto del cane. Se il secondo è simbolo di fedeltà ed è rappresentato accoccolato in fondo al letto nel quadro di Tiziano, il gatto di Manet è nero, selvatico, imprevedibile e come ben sappiamo, nell’immaginario, considerato più promiscuo del cane.

L’altro possibile riferimento iconografico reinterpretato da Manet in Olympia è quello di Danae. Il personaggio deriva dalla mitologia greca. Danae è figlia del re di Argo, Acrisio. Un oracolo gli predice che sarebbe stato ucciso dal figlio di Danae, per questo la fa rinchiudere in una torre di bronzo. Zeus però la raggiunge sotto forma di pioggia d’oro e la rende madre di Perseo, che alla fine ucciderà, anche se involontariamente, Acrisio.

Nell’arte europea il soggetto fu ripreso da molti dei più grandi artisti. Spesso Danae fu dipinta nuda, distesa su un letto, pronta ad accogliere la pioggia d’oro, attorniata da amorini. Con il tempo gli amorini furono sostituiti da una serva, descritta come una megera, e la pioggia diventò oro vero e proprio, cioè monete, ossia soldi. Ecco quindi che la Danae diventò anche l’iconografia della prostituzione.

Nel quadro di Manet appare una serva che è intenta a porgere i fiori a Olympia.

Altri sono gli elementi che destabilizzarono il pubblico e le contraddizioni che li portarono a rifiutare l’opera. La sicurezza con cui la mano sinistra va a coprire il sesso, come a decretare una scelta a concedersi che solo Olympia può determinare. Così come la ciabattine, una infilata e una già lasciata cadere, ancora una volta a indicare un gioco di accesso e diniego, di attrazione e repulsione, che è il cuore del quadro.

Tutto questi elementi disturbarono la platea. L’ambiguità, il gioco troppo esplicito e allo stesso tempo indefinibile, la provocazione con dentro qualcosa di fatale che celebra sì l’Eros, ma anche Thanatos.

Olympia aprì le porte all’ironia, si disinteressò alla verità con la v maiuscola e di fatto condusse la pittura dritta dritta sui binari della modernità.

L’Opera è conservata al Musée d’Orsay di Parigi. Dal 24 aprile al 18 agosto sarà possibile ammirarla nelle sale di Palazzo Ducale a Venezia, all’interno della mostra Manet. Ritorno a Venezia .

L’esposizione offre la possibilità di vedere un’ottantina circa tra dipinti, disegni e incisioni di questo straordinario pittore.

Per accompagnare le vostre riflessioni su l’Olympia, potete ascoltare: Debussy – Debussy: ‘Clair De Lune’ And Other Piano Favourites

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1 Comment

Trackbacks/Pingbacks

  1. Natura morta in pittura | Smartrippin
    [...] i primi a capirlo ci fu Edouard Manet. Con lui parte il moderno da cui scaturiscono tutti gli ismi …

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