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Posted on apr 12, 2013 in Mostre | 0 comments

Google Art, mostre al cinema e Peter Greenaway: l’arte nell’epoca dei social network – verso una nuova fruizione.

Google Art, mostre al cinema e Peter Greenaway: l’arte nell’epoca dei social network – verso una nuova fruizione.

Ieri sera, in alcune sale italiane, è stato proiettato il film “Manet: ritratti di vita”. Si tratta della prima di tre pellicole dedicate ai grandi maestri dell’arte Europea. La seconda “Munch” verrà presentata il 27 giugno, mentre la terza “Vermeer e la musica” è prevista nelle sale il 10 ottobre.

Il progetto esce in contemporanea mondiale e propone la visita “virtuale” a una mostra per un pubblico che non si può spostare nella sede fisica dell’esibizione.

Nel primo caso la personale è ospitata alla Royal Academy di Londra. Il film narra il viaggio tra le tele e nella vita di Manet. Si entra negli ambienti in cui si è formato colui che ha dato l’abbrivio alla rivoluzione pittorica ottocentesca. Si scoprono la partecipazione alle esposizioni ufficiali al Salon dei Refusés, l’amore per il Giappone e per i grandi boulevard parigini, elementi che diventeranno centrali nel suo lavoro artistico. Il film rivela come e quanto profondamente le novità tecniche – la fotografia, quelle in ambito poetico – le opere di Baudelaire, e quelle in campo letterario – la  prosa di Zola, influenzarono lo sguardo sul mondo del pittore.

Il film restituisce un evento che la critica inglese ha definito imperdibile. La narrazione è affidata allo storico dell’arte Tim Marlow e ai curatori della mostra, MaryAnne Stevens e Larry Nichols ed è accompagnata dalle note di Chopin e di Schumann.

Una proposta questa che si va ad aggiungere ad altre modalità di fruizione “virtuale” delle opere d’arte. Si pensi, ad esempio, al progetto Google Art. Lanciato nel febbraio del 2011, propone immagini di opere d’arte esposte in alcuni dei più importanti musei del mondo tra cui gli Uffizi e il Metropolitan di New York. Le immagini sono state catturate utilizzando una risoluzione mostruosa – oltre un miliardo di pixel.

Il progetto si è allargato in fretta e oggi la piattaforma dispone di più di 32.000 opere provenienti da 46 musei.

Se si visita il sito l’effetto è per certi aspetti incredibile, per altri straniante. Poter ingrandire i dettagli delle opere a dimensioni insensate lascia a bocca aperta, eppure, pur essendo così vicini, ci sente anche un po’ lontani, come se si avvertisse la mancanza di un appiglio fisico. Il rapporto con l’opera d’arte di solito comprende tutto il corpo, ogni apparato sensorio, mentre in questo caso a essere sollecitati sono soprattutto gli occhi. Nonostante ciò, il progetto offre spunti sorprendenti e spinge il concetto di fruizione museale verso orizzonti inaspettati.

A chiudere il discorso, possiamo aggiungere quello che ha detto Peter Greenaway, grande regista inglese, negli scorsi giorni, in una Lectio Magistralis che ha tenuto a Palazzo Barberini di Roma.

Greenaway afferma “I film non fanno altro che raccontare storie che già conosciamo, quasi sempre tratte da romanzi del Sette-Ottocento: Jane Austen, Dickens. E tecnicamente anche il 3D, quello alla Avatar per intenderci, è superato, vecchio”.

Ecco arrivare la controproposta “Abbandonare l’idea della visione passiva rivolta a un unico schermo grande e orizzontale, per proporre invece una serie di schermi che interagiscono nello spazio. Magari per rivisitare in maniera diversa e più contemporanea – in una mescolanza di pittura, immagini in movimento e musica – capolavori eterni come L’ultima cena di Leonardo. Tra l’altro una delle sue più celebri installazioni, presentata anche a Milano.

Ecco cosa aggiunge poi Greenaway: “Dall’inizio degli anni Novanta ho cominciato a essere disincantato sulla possibilità del cinema di catturare la cosa più straordinaria che ci sia: l’immaginazione umana. Abbiamo visto centinaia di pellicole, ma tutte basate sui testi: la vita è raccontata come un testo, le immagini servono solo a illustrarlo. Abbiamo lasciato la celluloide per il digitale: ma perché usarlo per raccontare romanzi di due secoli fa? Siamo in un’era nuova, quella dei social network, eppure guardiamo sempre indietro. L’unica soluzione è spezzare il legame tra cinema e letteratura. Agganciandolo, come ha fatto lui, alla disciplina più visiva che ci sia: la pittura. Attraverso le nuove tecnologie e la computergrafica, in particolare.”

Per stimolare la discussione chiude: “La metamorfosi attuale è più radicale, e investe l’idea stessa di cinema così come lo conosciamo. Io, per le mie ultime creazioni, ho usato diversi schermi, alcuni dei quali trasparenti, che possono essere usati in maniera bidimensionale o tridimensionale. Attraverso questa pluralità di schermi piazzati in musei o spazi espositivi, e con l’aiuto di una musica incalzante, il regista inserisce la “sua” interpretazione di questi capolavori del passato, usando il computer.”

Il dibattitto è aperto. Nel 1936 fa Walter Benjamin scriveva “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Chissà cosa uscirebbe dalla penna del grande pensatore tedesco, oggi, di fronte a tali cambiamenti.

 

Gli estratti dell’intervista a Greenaway sono presi dall’intervista di Claudia Morgoglione per il sito www.repubblica.it

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