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Posted on apr 21, 2013 in Artisti | 0 comments

Tuttomondo: a Pisa l’ultimo grande murales di Keith Haring

Tuttomondo: a Pisa l’ultimo grande murales di Keith Haring

Non vorremmo vi sembrasse un eresia, ma dopo aver visitato Piazza dei Miracoli, a Pisa, luogo artistico per eccellenza, vi consigliamo una deviazione in Via Zandonai, una strada che confluisce in Piazza Vittorio Emanuele II. Una volta lì non stupitevi e non crediate di essere stati catapultati nella New York degli anni 80, semplicemente mettetevi comodi per qualche minuto e state in contemplazione dell’enorme parete, 180 metri quadri circa, che ospita un’opera di Keith Haring, intitolato Tuttomondo.

Un lavoro che ha in sé qualcosa di leggendario dato che si tratta dell’ultimo murales di notevoli dimensioni realizzato dall’artista americano. Lo finì nel 1989 e un anno dopo morì, all’età di 31 anni.

Molte delle persone che hanno conosciuto Haring sono rimaste colpite dalla vitalità e dalla necessità costante che aveva di ricoprire con la sua arte qualunque superficie. I fortunati che hanno potuto vederlo in azione erano meravigliati dalla rapidità e dall’accuratezza del suo tratto, sia che stesse disegnando su banconote, su vasi greci, sul corpo di Grace Jones o sugli skateboard di un giovane ammiratore. Non c’è superficie che abbia resistito al lavoro di Keith. L’idea principale sprigionata dalle sue opere è quella di movimento e flusso. Un moto costante che pareva essere l’estensione del suo mondo interiore e del suo pensiero.

Utilizzando modelli espressivi ispirati ai geroglifici egizi, ai pittogrammi giapponesi o cinesi, maya o indios giunse a comunicare tramite un sistema di segni zoomorfi o antroporfi che si fecero linguaggio visivo capace di colpire nel profondo.

Haring è considerato un artista pop, ed è interessante notare le differenze che passano fra lui e Andy Warhol, il guru della pop art.

Ci fu un tema che segnò la loro vicinanza artistica: il modo in cui si accostarono al tema della morte. L’arte migliore vive sempre di un continuo conflitto, nel caso di Warhol e di Haring il contrasto era tra la gioia di vivere e il dolore della morte. In Warhol, la cui arte non era narrativa, un tale sentimento si è esplicitato nella scelta dei soggetti: disastri aerei o stradali, icone popolari quasi tutte contrassegnate da una fine tragica, in Haring, che era invece un pittore narrativo, l’incubo si è reso evidente nelle scene apocalittiche, nelle raffigurazioni di una bolgia popolata di mostri che mangiano uomini, nelle crocifissioni, nella violenza dei bianchi che picchiano i neri.

Un altro dei temi che ha da sempre caratterizzato la sua arte è il rapporto fra creazione e fanciullezza. Nei suoi diari scrive: “Vorrei avere sempre 12 anni. I bambini sono i portatori della vita nella sua forma più semplice e gioiosa.”

Una delle critiche che viene fatta con più insistenza a Haring è quella di essere un artista leggero. Critica può essere presto ribaltata se si leggono le sue interviste e i suoi diari. In primo luogo Haring ha avuto un’educazione buona, in particolare in storia dell’arte. Se nel suo lavoro si può intravedere un elemento di ingenuità, Haring non è di certo un artista naif. Il suo stile è una combinazione in cui interagiscono pulsioni diverse, in cui lo studio e l’ammirazioni per i grandi artisti che l’hanno preceduto danno vita a un insieme del tutto nuovo.

Allo stesso modo Haring possiede una grande conoscenza della musica – il jazz, il soul, il loro ritmo, la loro struttura. Keith ha svolto un ruolo importante nello sviluppo della garage music e della house music. Così come è riuscito a collegare l’hip hop del South Bronx, la cultura delle discoteche gay, la cultura dell’arte concettuale del Lower East Side e quella della Street Art.

Certo, se la morte voleva mettere alla prova l’immortalità di Keith ci ha pensato bene e in fretta. Ancora giovanissimo scoprì di essere condannato a causa dell’AIDS.

Dopo un periodo di smarrimento Keith tornò a lavorare ancora più voracemente di prima, per riempire il mondo dei suoi pupazzi, dei suoi colori, dei suoi intrecci di linee.

Tra queste opere c’era anche il murales pisano, l’unica opera pubblica realizzata da Keith in Italia che si sia conservata.

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