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Posted on mag 27, 2013 in Capolavori | 1 comment

Caravaggio: la forza rivoluzionaria della Vocazione di San Matteo

Caravaggio: la forza rivoluzionaria della Vocazione di San Matteo

Ci sono momenti in cui la storia umana subisce delle accelerazioni improvvise. È accaduto in passato e accade oggi, ad esempio nell’universo delle scienze, della medicina e dell’arte. A produrre questo scatto in avanti concorrono fattori diversi – condizioni economiche, mutazioni sociali, rivoluzioni produttive, invenzioni tecniche, e poi, ovvio, la scintilla che fa scaturire il resto, ovvero la nascita di un uomo o di una donna che con il suo ingegno riesce a presentarci il mondo sotto un’altra prospettiva.

Per dare riscontro a questa premessa e verificare come l’arte abbia intrapreso una nuova via agli inizi del Seicento vogliamo invitarvi nel cuore antico di Roma, a due passi da Palazzo Madama, dentro la Cappella Contarelli, nella Chiesa di San Luigi dei Francesi.

L’artista in questione, capace di proiettare la pittura in un’altra dimensione, è Caravaggio e l’opera su cui vogliamo concentrarci è La vocazione di San Matteo, che insieme a San Matteo e l’angelo e al Martirio di San Matteo decora la Cappella acquistata nel 1583 dal Mathieu Cointrel, poi cardinale Matteo Contarelli, per commemorare il santo eponimo.

Come e perché quest’opera e il suo autore hanno mutato la storia dell’arte?

Partiamo da un fatto puramente quantitativo. La tela misura circa tre metri e venti per tre metri e quaranta. Nessuno aveva osato tanto. Fino ad allora si usava decorare le cappelle con gli affreschi. Caravaggio invece optò per la tela, che meglio si addiceva al suo modo di dipingere il quale non prevedeva la fase del disegno.

Questo aspetto del metodo caravaggesco ha suscitato scalpore presso i contemporanei e molte perplessità negli studiosi, ma ha avuto conferma grazie alla tecnologia. Studiando ai raggi X le sue tele si è avuta prova che il pittore non preparava alcun disegno e che aveva l’abitudine di imbastire le composizioni incidendo la base preparatoria, un fondo costituito da colla, gesso, biacca e terre colorate. Caravaggio stendeva la base dai toni bruni, secondo lui i più rispondenti a dare l’effetto di realtà, dopodiché con un punta dura lasciava dei segni che gli servivano da traccia. Poi, con una tecnica sbalorditivamente rapida, stendeva il colore sul colore e andava a comporre la narrazione partendo dalle figure sullo sfondo per poi passare a quelle in primo piano.

La velocità di esecuzione e la mancata mediazione del disegno erano per Caravaggio una maniera di operare in presa diretta e di cogliere ciò che venivano chiamati i “moti dell’anima”, ovvero le deformazioni che subivano i volti in base ai sentimenti provati in quel preciso momento.

Un altro aspetto che Caravaggio introdusse per la prima volta, che sconcertò i contemporanei e che mutò l’approccio alla racconto pittorico, fu l’importare un episodio del passato, tratto dalla tradizione cristiana, in un’ambientazione del presente.

Matteo Contarelli, dopo aver acquistato la cappella e prima di morire, aveva lasciato un testamento in cui chiedeva che fossero descritte le fasi salienti della vita di Matteo.

Il pittore prese alla lettera il racconto della “vocazione” dell’evangelista, descrivendolo mentre lavorava. Secondo la tradizione infatti era un esattore delle tasse. Caravaggio lo inserì in un contesto contemporaneo, ambientando la scena della vocazione in una tipica taverna romana del Seicento. Il locale spoglio, con la centro una finestra aperta, ma schermata, ha come protagonisti, nella parte sinistra del quadro, cinque personaggi seduti attorno a un tavolo, e a destra due uomini in piedi.

I protagonisti a sinistra vestono abiti, cappelli e maneggiano oggetti tipici del Seicento. Due di loro sono intenti a contare le monete, altri due indossano vestiti con maniche bordate, usati soprattutto dai mercenari. Stretto in mezzo a loro spicca un uomo dalla lunga barba, colpito da una luce tagliente, che indirizza lo sguardo verso i due uomini in piedi e che, con gesto di spontanea incredulità, rivolge il dito verso di sé, chiedendosi “Proprio io?” I due uomini a destra indossano tuniche antiche e sono scalzi. Elementi che li pongono fuori dal quadro storico abitato dagli altri cinque. Sono uno Pietro e l’altro Cristo che stende la mano in direzione di quello che ormai possiamo individuare come Matteo. Il gesto di Gesù, il suo braccio proteso, fanno da collante tra due epoche temporali, tra la dimensione umana e quella divina, tra il processo continuativo del lavoro e l’attimo puntuale della chiamata.

Caravaggio costruisce la scena quasi si svolgesse su un palco teatrale, organizza gesti e spazi, sguardi e mosse come farebbe un grande regista e poi li fotografa proprio nel momento propizio, eternandoli.

Il tocco che rende il quadro sorprendente e lo ammanta di una dimensione astratta e soprannaturale è l’utilizzo dell’illuminazione. Diverse sono le fonti luminose che Caravaggio mette in campo per segnalare un dettaglio, un’espressione, un moto. È soprattutto il taglio di luce che da destra scende lungo il muro e accompagna il gesto di Cristo e che, non avendo una collocazione reale e fisica, crea un’atmosfera di un’incredibile resa naturalistica e che, al medesimo tempo, rimanda a una dimensione altra, investita da forze ineluttabili.

Questo quadro spianò a Caravaggio la strada verso la fama e la pittura occidentale verso una nuova fase. La ricerca di un maggiore realismo, di un contatto tra vita di tutti giorni e divino, la sovrapposizione spesso considerata blasfema tra uomini della strada e santi, tra prostitute e figure bibliche, e la straordinaria dialettica tra luce e ombra, fecero del pittore lombardo uno dei pionieri del moderno, un esempio che influenzò non solo la pittura, ma arti nate quasi trecento anni dopo, come la fotografia e il cinema.

Forse, al di là della vita romanzesca, ciò che ancora stupisce oggi di Caravaggio sono la forza drammatica, la potenza e la sincerità delle sue opere, elementi che lo rendono costantemente attuale.

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